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#intervisteassonnate | “Di che stiamo parlando” quando parliamo dei Piet Mondrian

28 Agosto 2017, Beat Festival, palco di Orme Radio, Empoli. Ricordo benissimo la prima volta che ho incontrato e ascoltato i Piet Mondrian (una cosa più unica che rara dati i molteplici deficit della mia memoria). Si trattava del giorno prima del mio definitivo trasferimento a Milano, un giorno che, sapevo benissimo, avrebbe cambiato la mia vita. E arriva quella canzone, “Te ne vai”, potente come un pugno allo stomaco. Con una semplicità disarmante i Piet Mondrian erano riusciti a  trasporre in musica i miei sentimenti. E hanno continuato a farlo nei mesi seguenti, canzone dopo canzone.

Oggi su a A colazione non si parla si raccontano i Piet Mondrian, duo toscano composto da Michele Baldini e Francesca Storai.

Quando Francesca e Michele danno inizio al loro idillio artistico hanno alle spalle già svariate esperienze nel mondo della musica (Michele come cantante e poi bassista per i Sandwichex e i Coito Interrotto, Francesca come cantante e songwriter dei Blume). Lavorare insieme li porta a sperimentare un nuovo tipo di musica, caratterizzato da testi puliti, taglienti e dalla decisiva potenza narrativa accompagnati da basi elettroniche e due voci profonde e seducenti. Il 2016 segna l’arrivo del loro quarto album, “Di che stiamo parlando”. 

Undici anni fa si formano i Piet Mondrian. Quanto sono cambiati Francesca e Michele nel corso degli anni e quanto questo ha influito sulla vostra musica?

Michele – Per quanto mi riguarda molto, e non sempre in meglio. La crescita anagrafica non sempre corrisponde, purtroppo, alla crescita umana, professionale, artistica. Semplicemente l’arte, se così si può dire, è (o almeno dovrebbe essere) uno specchio fedele della vita, con le sue ansie, le sue paure, le sue gioie e tutto il resto. E cambia sempre restando uguale alla fine. Perché noi in fin dei conti siamo sempre quelli.

Francesca – Quando Michele mi ha proposto di entrare a far parte dei Piet Mondrian, circa sei anni fa, ero sicuramente una persona più “leggera”, meno severa e ignara del guaio nel quale sarei andata a cacciarmi (rido). Poi è passato il tempo e con esso, sono arrivate consapevolezza, criticità, insicurezze e voglia di fare sul serio. Credo che tutte queste cose, che all’apparenza rappresentano uno scenario di declino imminente e di una “gioventù che fortunatamente passa”, come dice Battiato, ci abbiano migliorati molto a livello musicale. Ora abbiamo le idee più chiare e litighiamo più di prima, ma continuiamo a voler crescere, qualsiasi cosa voglia dire.

Dai vostri testi emerge una ricerca lessicale attenta e mai banale, utilizzata sempre come strumento di lucide analisi del mondo contemporaneo. Come nascono le vostre canzoni e quali sono le vostre fonti di ispirazione?

Michele – La risposta è un po’ speculare a quella precedente. Ci sono tante domande che la vita ci pone a cui non si può facilmente rispondere. Una mano ce la possono dare le letture, i film, le opere d’arte, la musica degli altri, e alcune volte, ma spesso determinanti, le persone. I testi sono una trasposizione dei pensieri in parole scritte, senza nemmeno troppi filtri.

Francesca – Sin dall’adolescenza ho sempre avuto la fissazione di tradurre i testi che non fossero in lingua italiana di ogni singolo pezzo che mi piaceva. Per quanto mi riguarda, le liriche hanno sempre determinato il 60% della buona riuscita di un pezzo, e credo seriamente che in questo, (e fortunatamente anche le recensioni che ci riguardano lo confermano), siamo bravi. Michele lo è. Sono “storie di tutti i giorni” autobiografiche, vere e per chi ancora crede che la curiosità sia una cosa importante. Le canzoni nascono dalle sue storie, dalla mia voce, e dal ritrovato desiderio di ridurre tutto ai minimi termini, nella ricerca dei suoni, ad esempio.

Nel brano “Un Dio ovunque”, presente nell’ultimo album “Di che stiamo parlando”, elencate tutti i luoghi, fisici e non, in cui è possibile scorgere un Dio. Dove risiede il Dio di Michele e Francesca?

Michele – Il mio in tutti i posti elencati nel pezzo. E altri ancora, tipo nei documentari di Philippe Daverio e nelle puntate de “Il tempo e la storia” con Michela Ponzani, o quando qualcuno mi dice un “grazie” sincero.

Francesca– Nelle persone che amo, nelle canzoni che nonostante gli anni mi fanno piangere come se le ascoltassi per la prima volta, nella tazza di tè che bevo con mio babbo quando rientro la notte, quando faccio pace con un amico dopo una brutta litigata, in tutto ciò che è bucolico perché mi ricorda mio nonno, quando riesco a dimenticare. Il mio Dio si trova qui, per ora.

Negli ultimi mesi avete sperimentato una nuova forma di esibizione live, i concerti #perstrada. Come è nata questa idea e qual è stata la risposta delle persone?

Michele – Un esperimento sociologico diciamo. Abbiamo fatto Perugia e lì a vederci non c’era praticamente nessuno, ma online ci hanno seguito in diretta punte massime di cinquecento persone. A Bologna è stato bellissimo perché avevamo una claque di fan che ha coinvolto altre persone e si è creata un’atmosfera esagerata. A me personalmente piace perché quando qualcuno sostiene che abbiamo dei pezzi poco leggibili, magari snob o di nicchia, li puoi smentire mostrando un video che è tutto meno che snob in cui la gente sembra averci capito benissimo. Vediamo se e come andare avanti. Ci vorrebbe magari un bell’invito su Milano o Roma. A me personalmente piacerebbe anche la zona Ravenna-Ferrara.

Francesca – È stato molto divertente ed emozionante. Si sono create situazioni pazzesche e incredibili ed è stato interessante vedere il grado di reattività e partecipazione delle persone, sentir cantare i tuoi pezzi, avere la conferma dell’affetto e della stima sincera delle persone che ci seguono da tempo e leggere lo stupore e la curiosità negli occhi di chi non ci conosceva ancora. A Bologna poi è stato bellissimo. Alla fine del live io e Michele eravamo seduti in mezzo ai ragazzi che erano venuti a vederci, mentre altri si alternavano alla chitarra. Insomma, roba bella davvero.

Nel vasto (e discusso) panorama della musica indie italiana di oggi, quali sono gli artisti che apprezzate maggiormente e alla quale vi sentite più affini?

Michele – Per me questa è una domanda difficilissima. Allora, ce ne sono alcuni per cui faccio spudoratamente il tifo e di questi alcuni sono amici: Sex Pizzul, Ofeliadorme, Matteo Fiorino, Bea Zanin. Poi ci sono i Baustelle, che effettivamente è l’unico gruppo italiano che nel bene e nel male definirei classico.

Francesca– Iosonouncane senza ombra di dubbio è uno dei più rappresentativi, coerenti e che rispetto molto.

Quali sono i vostri progetti futuri?

Michele – Amare.

Francesca – Diventare grandi.

 

Ecco alcuni link utili per restare sempre aggiornati sui Piet Mondrian:

Official site: https://pietmondrianband.com/

Facebook: https://www.facebook.com/pietmondrianband/

Instagram: https://www.instagram.com/pietmondrianband/

#intervisteassonnate | Gabriele Rosati, il futuro attraverso l’obiettivo

 

Quando chiedo a Gabriele Rosati, eclettico e talentuoso fotografo toscano classe 1996, di descriversi con una parola, lui mi risponde “amante”. E avendolo osservato per mesi nel corso dei suoi molteplici progetti e collaborazioni, che spaziano dal mondo della moda a quello della musica, ritrovo in quel termine il riassunto perfetto della sua personalità. Passione, determinazione e, per l’appunto, amore emergono con una forza quasi disarmante in tutti i contesti che lo vedono protagonista, siano questi privati o professionali.

Dopo essersi diplomato al Liceo Artistico Virgilio di Empoli, Gabriele si butta a capofitto nel mondo della fotografia e frequenta la Scuola Internazionale di Fotografia e Video (APAB) a Firenze. Nell’attesa di cominciare a ottobre il Polimoda, con indirizzo Fashion Art Direction, ha arricchito il suo bagaglio professionale con diverse collaborazioni che lo hanno visto lavorare con Firenza Guidi, DROMe, Ubald, Naive, ARCHEA, Maci, Piet Mondrian e Niccolò Puccini per la collezione Reborn SS17.

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Come nasce la passione per la fotografia, l’arte e la moda?
La mia passione nasce grazie a una persona in particolare, mia sorella. È sempre stata lei a farmi sfogliare giornali sul letto di casa, a passarmi vecchie sue fotografie e a portarmi alle mostre e alle performance fin da piccolo. Ricordo ancora quando mi diceva ogni volta di spegnere il telefono prima di entrare. Era una cosa buffa, e mi faceva sorridere. Adoro vestirmi, o provare a farlo per lo meno. Amo guardare i siti dei fotografi, i vecchi libri dei mercatini e scovare alle tre di notte nuovi e interessanti profili Instagram di persone sconosciute. Sono di natura una persona molto curiosa.

Da dove nasce l’ispirazione per i tuoi lavori? C’è qualche artista a cui ti senti particolarmente affine?
Imposto sempre enormi moodboard prima di cominciare qualsiasi progetto. La mia intenzione è di “sporcarmi” con varie idee e impulsi e di lasciarmi ispirare da artisti, visionari, folli e persone comuni. Starei ore e ore a osservare le persone che passano o che semplicemente sorseggiano un caffè. È mia intenzione scovare sempre l’assurdo nel quotidiano, il disequilibrio psicofisico di una passeggiata o delle persone in attesa alla fermata del bus. Amo Modigliani, e lo farò per sempre. Mi ispira molto la fotografa Viviane Sassen, ma non so se sarà oggetto di ispirazione ancora per molto.

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Negli ultimi mesi hai collaborato con tante realtà appartenenti al mondo della moda, ma anche della musica. Come ti approcci ai diversi ambiti e da cosa ti lasci influenzare maggiormente durante il processo di creazione dei tuoi lavori?
Mi piace mettermi in gioco, adoro le sfide, anche se sono molto timido. Con il duo musicale dei Piet Mondrian, ad esempio, è stato veramente figo: ho inglobato una serie di impulsi e metodi di lavoro che ho acquisito durante gli anni di teatro con Firenza Guidi e li ho traslati nel mio personale immaginario scultoreo e fotografico che sto sviluppando giusto adesso. Sono così giunto alla creazione di piccoli ritagli fotografici in movimento.

Parlaci di Reborn, il tuo ultimo progetto fotografico.
Ho scattato la campagna di Reborn poche settimane fa, dentro una stanza bianca con due piccole finestre. Avevamo un bellissimo fondale giallo uovo, tre fiori freschi e due innocenti badboys: Duccio e Evans. Ho cercato di spiegar loro cosa significhi sentirsi vivi, anche facendo qualcosa che non avevano mai sperimentato in vita loro. E tutto questo senza cadere nei cliché tipici di chi, non seguendo la moda, può pensare siano le cose giuste da fare. È stato tutto molto armonioso. Si sono trovati subito a loro agio, senza se e senza ma, e mi hanno regalato sensazioni che ho poi cercato di trasmettere al progetto. Lo considero come una sorta di regalo, sì. È molto più di un semplice photoshoot. Non è stato un semplice seguire un moodboard o delle dinamiche ben precise: questi due ragazzi mi stavano raccontando una storia, e per questo li ringrazierò sempre.

Un ringraziamento speciale va anche a Niccolò Puccini, giovane designer della collezione, per aver creduto in me.

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Come speri che possa evolversi la tua professione in futuro?
Spero di diventare un fotografo, mangiando gelato e sfogliando ancora giornali sul letto di casa, magari ascoltando qualcosa come Lucio Battisti verso le tre di pomeriggio. Con il sole.

Curiosi di saperne di più su Gabriele Rosati? Ecco qualche link utile!
https://gabrielerosati.com/  || sito ufficiale
https://www.facebook.com/gabriele.rosati.16?fref=ts || profilo Facebook
https://www.instagram.com/gabrielerosati_/ || profilo Instagram

 

Maggio, di rose e di gialli: un omicidio a colazione per Poirot

“Ma non voglio che sia impiccata, vi dico! Perché non supportare che sia stata spinta dalla disperazione? L’amore è una gran brutta faccenda… disperata… un sentimento contorto. Può trasformare una persona abbietta, un vero verme, in un eroe e può spingere una persona onesta e piena di decoro a commettere le azioni più basse. Supponiamo che sia stata lei. Non avete nemmeno un po’ di pietà?”

“Non approvo l’assassinio” disse Poirot.

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Perché leggerlo

È di Agatha Christie.
Ha la copertina rosa.
Si abbina alle rose di maggio.

Sinossi

“Una giovane donna, Elinor Carlisle, siede sul banco degli imputati, accusata di assassinio. Le prove a suo carico sono schiaccianti. La vittima, Mary Gerrard, dama di compagnia di una sua anziana e ricca zia morta in circostanze poco chiare, ha sottratto all’accusata l’amore del fidanzato, l’affetto della zia e forse anche l’eredità. L’omicidio, per avvelenamento da morfina, è avvenuto durante una colazione alla quale partecipano solo tre persone: la vittima, Elinor e una vecchia, irreprensibile infermiera. Tutti sono convinti della colpevolezza dell’imputata. Tutti tranne Poirot, che con la sua consueta abilità riesce a risolvere il complicato puzzle e a giungere a una ricostruzione veramente inaspettata del caso.”

Recensione

Le parole di Agatha Christie scorrono davanti agli occhi come i fotogrammi di un film. E saper creare movimento dalla staticità delle parole è senza dubbio una delle grandi abilità della scrittrice. Così come per gli altri suoi romanzi gialli, anche “La parola alla difesa” non fa eccezione. Miss Elinor, Roddy Welman, il dottor Lord e ovviamente Poirot stesso (le cui caratteristiche vi potrebbero essere già familiari) sono personaggi completi e tridimensionali, la loro caratterizzazione fisica e psicologica è impeccabile. Anche se questo non ci basta per permetterci di indovinare l’assassino. D’altronde noi non siamo Hercule Poirot. Eppure le prove sono sotto ai nostri occhi e la Christie non ce le nasconde. Anzi! Dobbiamo però arrenderci presto e ammettere che è la migliore prestigiatrice con la quale giocare. Crediamo di aver intuito qualcosa e subito dopo, al capitolo successivo, siamo nuovamente persuasi da altri indizi che conducono per strade diverse. Restiamo con il fiato sospeso, la mente concentrata e la quasi certa convinzione di aver colto il metodo di ragionamento esatto, in un barcamenarsi altinelante di un duello ludico perenne tra lettore e autrice.

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Hercule Poirot entra in scena solo al capitolo otto, scompare dopo le sue interviste e riappare brevemente, quasi fosse una piccola spia luminosa, faro di speranza e giustizia, durante il processo a Elinor Carlisle. Immancabile però la sua spiegazione in conclusione alla faccenda: esaustiva, saccente e pungente. Ecco finalmente quella quadra che bramiamo dall’inizio del libro e che arriva – come doveroso – solo in ultima battuta, all’ultimo respiro – il nostro, che è ancora sospeso. Bello, intrigante (i libri della Christie sono una certezza).

Ultima parola del libro: “felice”.

Toc toc, bussa alla porta Diet to go

O anche “Se A Colazione non si parla non va alla dieta, la dieta va a A colazione non si parla”.

Sì, perchè Diet to go è la dieta a domicilio che minimizza gli sforzi e permette di seguire un regime di alimentazione corretto semplicemente scegliendo la tipologia di menù preferita, tra Mediterraneo, Vegeratoriano e Detox. E, se il calendario comincia a puntarci gli occhi addosso in vista della prossima prova costume, è cosa buona e giusta rimettersi in sesto dopo giorni di pastiere, colombe e uova di Pasqua.

  

Per raggiungere buoni risultati in merito è opportuno combinare un’alimentazione sana ed equilibrata ad un po’ di inevitabile attività fisica: Diet to go ci viene in aiuto per il primo dei due punti.

Bastano infatti pochi click per ordinare la dieta gourmet a casa propria, scegliendo tra alternative di menù adatte ad ogni esigenza. “Pensiamo a tutto noi”, recita la filosofia del marchio, “tu non dovrai nemmeno più fare la spesa”. E, viste le vite frenetiche di cui siamo tutti attori protagonisti, ci sembra un’ottima proposta.

Diet to Go consegna ogni giorno a casa o sul luogo di lavoro un menu dietetico cucinato da un vero chef e composto da colazione, pranzo, spuntino e cena, per un totale di 1200 Kcal per le donne e 1500 Kcal per gli uomini. I piatti sono cucinati in giornata con ingredienti di stagione e sono equilibrati in modo da rispettare le giuste proporzioni dei macronutrienti, carboidrati, proteine e grassi. Il servizio funziona a Milano e provincia ed è consentito opzionare una fascia oraria di consegna.

Ma non è finita qui: Diet to go mette a disposizione la consulenza di un nutrizionista per accompagnare i clienti con esigenze più particolari e seguirne progressi verso il raggiungimento dell’obiettivo stabilito… Volete intanto dare un’occhiata al menù? www.diet-to-go.com

Flower Burger, i migliori hamburger vegani di Milano (e non solo)

Hamburger gourmet: sì, ma vegani. Patatine di contorno: sì, ma cotte al forno. Lo scenario illustrato si prospetta come un’Apocalisse culinaria per gli amanti del #foodporn. Sì, ma non è così. Dal 2015 a Milano è possibile mangiare nella prima veganburgheria d’Italia, si chiama Flower Burger e la potete scoprire in zona Porta Venezia. Anzi, non solo. Il format, ve lo anticipo già, si è rivelato un successo e lo trovate anche in zona Porta Genova, a Monza, Roma e Torino. Noi di A colazione non si parla – tutte e tre – lo abbiamo provato in prima persona e non siamo rimaste né deluse né affamate. Si può scegliere per esempio tra un Cheesy Cecio o un Tofungo, le patate invece sono savory, ovvero speziate alla paprika. Ne scrivo, ne parlo e ho di nuovo l’acquolina in bocca. Al posto del classico hamburger le alternative sono varie: ceci, lenticchie, seitan, tofu… Le possibilità sono infinite. No, ma quasi. E le salse? Alle olive, ai peperoni, fungosa o tartarella, mentre la maionese è fatta in casa. I panini poi sono di tutti i colori: nero al carbone vegetale, giallo alla curcuma, verde o ai sette cereali. Nel mio caso, l’occasione per provare Flower Burger è stato proprio un panino rosa in edizione limitata. Rosa perché a base di ciliegia, di cui posso assicurarvi il sapore è all’altezza dell’immaginazione: il Cherry Bomb è una bomba per davvero e conviene provarlo finché lo trovate nel menù.

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Conoscete il Meatless Monday?

Si tratta di una campagna internazionale che incoraggia le persone a non mangiare carne di lunedì, a favore della propria salute e quella del pianeta. A quanto pare, scegliere anche solo un giorno alla settimana in cui non consumare carne nei propri pasti aiuta a ridurre il rischio di cancro, le malattie cardiovascolari, il diabete e l’obesità. Coerentemente con la filosofia di Flower Burger, il lunedì qui c’è il 20% di sconto su tutti i burger.

Atmosfera & Conto

L’atmosfera del locale è rilassata e low profile, i prezzi nella norma se non competitivi. Non si può prenotare date le dimensioni ridotte dello spazio, ma se non vi presentate con un gruppo troppo grande a seguito, questo non rappresenta assolutamente un problema. Ci si siede sugli sgabelli, si ordina e si viene serviti velocemente. L’estetica (e anche la filosofia) è hippie e colorata. Insomma, di buoni motivi per fare un salto da Flower Burger ce ne sono tanti, sani e gustosi.

Regali di Natale da mangiare, ovvero come far contenti tutti

Lo dico (scrivo) davanti a un numero mediamente consistente di persone: ho già acquistato molti regali di Natale, tanto che la mia lista chi -> cosa è già quasi completa. Il motivo è semplice: mi piace pensarli, cercarli, comprarli, incartarli. Dicembre è il mio mese, nel senso che è la culla perfetta per il mio compleanno: si possono mangiare più dolci rispetto alla media mensile del resto dell’anno, le strade sono illuminate, il conto in banca si gonfia della quattordicesima e, dulcis in fundo, scarto due manche di pacchettini nel giro di dieci giorni. Però, come dicevo, a me i regali piace molto anche farli. E allora torniamo al focus di questa mini-guida, pensata per essere la prima (di altre che seguiranno) volta a far risparmiare tempo e immaginazione a chi, invece, di fare i regali non ha proprio voglia.

Ho pensato a una cosa che piaccia a tutti. Mi è venuto in mente il cibo. Ho concluso che regalarlo sia l’asso nella manica per cadere sempre in piedi. Non verrebbe mai in mente a nessuno di riciclare al nipote della figlia del vicino di casa una scatola piena di gianduiotti.

Ho capito che regalare cose buone da mangiare, in questo specifico momento storico, possa equivalere a fare un po’ del bene. Lo spiego meglio. Molti commercianti di Amatrice, Norcia & dintorni, pur non avendo più la propria bottega in mattoni e cemento, hanno trovato l’entusiasmo di rimettersi in gioco e sfidare un destino stronzo e debitore. Hanno pensato di vendere i loro prodotti online.

Qui trovate alcuni indirizzi per acquistare roba buonissima e dare speranza, per quanto il nostro contributo sia minimo, ad una comunità ferita ma incredibilmente viva.

Una volta messe nel carrello salsicce e pecorini stagionati, siete autorizzati a proseguire con l’acquisto di regali food e virare su altri marchi di qualità, il cui packaging sembra una vera e propria confezione regalo. Farete un figurone.

Ve ne suggerisco alcuni nell’orecchio:

La lista definitiva di posti dove mangiare a Londra

Parto subito con un’ammissione di colpa: con il titolo che ho scelto vi ho ingannato. Questa non è la lista definitiva e non potrà mai esserlo. Perché troverò sempre una scusa per tornare a Londra e scoprire nuovi posti dove mangiare.

A luglio ho avuto la possibilità di passare un po’ più tempo di quello che di solito trascorro nella città inglese del mio cuore e sono sicura nel dire che ho raccolto abbastanza indirizzi interessanti da condividere. Non solo, li ho divisi per zone così da facilitare la lettura. Perché sì, questo post è lunghissimo.

SOHO

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BAO –  53 Lexington St, Soho, London W1F 9AS, Regno Unit
Una delle scoperte migliori che ho fatto durante questo ultimo viaggio. Si fa la fila fuori, sul marciapiede di fronte, ma ne vale davvero la pena per i loro soffici panini taiwanesi (sono cotti al vapore e hanno quindi una consistenza particolare). Consiglio soprattutto quello al maiale e magari di provare anche qualche altro starter. La birra tawainese è leggera, ottima per pasteggiare.

Mildreds45 Lexington St, Soho, London W1F 9AN, Regno Unito
Si trova accanto a BAO e ve lo riassumo molto brevemente con hippie/indie dal menu vegetariano/vegano. (Si trova anche a Camden e Kings Cross.)

The Breakfast Club33 D’Arblay St, Soho, London W1F 8EU, Regno Unito
Anche qui c’è sempre una fila notevole ed è ottimo per colazioni e brunch. Comunque è aperto pure a cena e dovrebbe essere più facile avere l’opportunità di mangiarci in orario serale. Prendono le prenotazioni dalle 18, ma fate attenzione agli orari in generale: chiude tutto molto presto. Tornando al cibo, è godurioso per davvero: pancakes, bacon, hamburger, avocado toast, eggs benedict… E manco a dirlo, The Breakfast Club ha anche altre location: una per esempio è situata dietro l’angolo al mercato di Spitafields, molto comoda. In sintesi: di moda, hipster, vintage.

Princi135 Wardour St, Soho, London W1F 0UT, Regno Unito
Se proprio non potete fare a meno di un pezzettino di Italia, questo è il vero bar milanese che ha aperto una location anche a Londra.

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A Soho in generale ci sono mille posticini per mangiare, basta perdersi un po’ per quelle vie che compongono il quartiere. Consiglio un giro anche a CHINATOWN di giorno, soprattutto se ve la sentite di provare il bubble tea per merenda. Per Chinatown scendete pure alla fermata di Leicester Square, girate per le strade intorno a Gerrard Street e da qui raggiungerete anche Soho e Piccadilly Circus in 5 minuti a piedi.

A proposito di merenda, poi, in Wardour Street potete fermarvi per farne una dolce e golosissima: provare per credere L’ETO Caffe (155 Wardour St, Soho, London W1F 8WG, Regno Unito) o The Humming Bird Bakery (155 Wardour St, Soho, London W1F 8WG, Regno Unito).

E ancora in questa via ho personalmente testato PHO (163-165 Wardour St, Soho, London W1F 8WN, Regno Unito), cibo vietnamita, che è vero e proprio comfort food. Considerate che io amo alla follia i noodles in brodo, il ramen e altri piatti di questo tipo. Li ritengo perfetti per quando senti la necessità di qualcosa di caldo e piacevole. Bonus da stellina d’oro per gli involtini primavera/ravioli, di non ricordo purtroppo il nome. Da provare infine drink speciali del dato giorno/periodo. Come molti altri locali, lo potete trovare in altre zone di Londra.

CARNABY

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Paragrafetto speciale per KINGLY COURT Kingly St, Carnaby, London W1B 5PW, Regno Unito: è una sorta di corte interna, proprio come fa intuire il nome. Qui ci sono solo ristoranti, di qualsiasi tipo e nazionalità: c’è l’imbarazzo della scelta e su ben due piani. Consigliati il giapponese che fa ramen a pian terreno e il caraibico The Rum Kitchen al primo piano.

Mi sposto anche se di poco, per menzionare Sketch, i cui bagni (e non solo quelli) sono i più fotografati di Instagram (vedi). Prezzi proibitivi per i più al ristorante: è ok quindi ripiegare su un classico the delle 5 e una sessione fotografica da vero Instagram addicted. O magari per un drink serale, perché no?
[Non posso giurarlo, ma i prezzi dovrebbero essere consultabili sul sito, ndr]

COVENT GARDEN

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Super chiassoso e super caratteristico, ci sono sempre vari artisti di strada e davvero un gran casino, ma una visita Covent Garden se la merita tutta. Fan di Laduree? Eccovi accontentati. O magari vi farete tentare dalle fragole ricoperte di cioccolato di Godiva? Niente, sapete cosa vi dico? Rinunciate a entrambi e buttatevi su Shake Shack: i loro hamburger e le famose patatine a zig zag vanno provati prima o poi nella vita. In alternativa (ma meglio in aggiunta, perché a Shake Shack non si può proprio dire di no) il ristorante in versione più easy di Jamie Oliver, che si trova esattamente di fronte.

SHOREDITCH

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Sopra al Box Park si può fare un aperitivo con birra e patatine fritte. Definiamolo un “pre-cena”, ok.
In alternativa invece potete assaggiare un paio di piatti(ni) in condivisione da Andina1 Redchurch St, Shoreditch, London E2 7DJ, Regno Unito – a loro volta accompagnati da buon pisco sourAndina* è un ristorante peruviano che conquista per la cucina moderna, raffinata e interessante. Nonostante la sua bontà nei sapori, non lo è altrettanto nel conto.

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Vi suggerisco, per salvaguardare il portafoglio, di restare in zona e finire di saziarvi al Pump Street Food Market168 Shoreditch High St, London E1 6HU, Regno Unitopoco più avanti: consiglio il banchetto argentino, quello che vende il “cuoppo” di pollo fritto orientale (con salsa piccante o agrodolce) e il venezuelano. Per chi preferisce andare sul sicuro (che tristezza!) ci sono anche un paio di banchi di street food italiani veri.
P.S. Le bevute dovete comprarle al supermercato Tesco accanto.

*Inoltre ha recentemente aperto una versione più easy di Andina in SOHO: Casita Andina (31 Great Windmill St, Soho, London W1D 7LP, Regno Unito)

Shoreditch è il massimo per il dopocena. Un locale che ho adorato per l’atmosfera easy e molto latina, nonché per i drink clamorosi è stato il Barrio Shoreditch141-143 Shoreditch High St, London E1 6JE, Regno Unito

CAMDEN TOWN/LOCK

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Dico solo di non fermarvi a Camden Town. Anzi, proseguite e superate Camden Lock, perché il vostro stomaco ringrazierà. Ma non aggiungo altro. 

Qui hanno aperto anche la succursale di Cereal Killer CafeStables Market, Mezz 2, Chalk Farm Rd, London NW1 8AH, Regno Unito – che è la definizione per eccellenza di hipster. Si mangia quello che si intuisce dal nome: latte e cereali. Però di qualsiasi tipo, sul serio. La combo supersonica che ho personalmente assemblato in un viaggio precedente (nella sede storica di Brick Lane – 139 Brick Ln, London E1 6SB, Regno Unito) è stata latte alla nocciola con Lucky Charms e cereali in edizione limitata di Star Wars.

PORTOBELLO/NOTTING HILL

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Vale un po’ come per Camden, procedete a “lungo” e il vostro stomaco vi ringrazierà. Infatti per una vera esplosione di sapori, scelta tra cucine internazionali, musica dal vivo e birrettine tattiche dovete camminare fino all’Acklam Village Market, London W10, Regno Unito

Fez Mangal104 Ladbroke Grove, London W11 1PY, Regno Unito
Altra opzione nel quartiere invece è questo locale molto low profile. Propongono cucina turca di falafel&co, carne grigliata e hummus: si mangia tanto, molto bene e si spende poco.